Orticello forever – Linee programmatiche

 

 

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Stavo pensando di elaborare con voi le linee programmatiche di un partito, che, secondo me, alle prossime eventuali elezioni potrebbe andare ben oltre il 40% di voti. Un partito qualunquista, menefreghista, xenofobo ed anche leggermente omofobico. Ma profondamente cattolico. Lo chiamerei “Orticello forever” e metterei nel programma questi punti:
1) Ama, rispetta e combatti sempre e solo per il tuo orticello
2) Avversa fieramente tutti quelli che non sono come te e la pensano come te
3) Propendi per l’abolizione di diritti altrui e per l’ampliamento a dismisura dei tuoi
4) Sostieni lo sfruttamento e lo schiavismo di quelli che non essendo come te e pensandola diversamente da te, si meritano di essere i tuoi schiavi personali
5) Non rispettare alcuna legge e alcun codice a meno che non sia stato vergato di tua propria mano
5) Fai il tiro al piattello con chiunque ti entri in casa, anche fosse la portiera venuta a recapitarti una raccomanda, ma con una faccia losca ed un colorito sospetto
6) Non avere mai alcun dubbio su ciò che si sostiene
7) Far passare tutto quanto ai punti precedenti come progetto altamente altruistico

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Riassunto

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Giornata pesante. Lo è sempre quella del compito in classe. Dovrebbe essere leggera quella in cui gli assegni un compito e tutti giù chini a scrivere. Invece i problemi posti ogni tre secondi vanno dal “Che giorno è oggi?” al “Ma dobbiamo scrivere sul foglio protocolloooo?”, “Devo fare la bella?”, “Posso pasticciare la brutta?”, “Devo piegare in due il foglio?”, “Devo scrivere su una colonna?”, “Ma io ho scritto una parte per intero e l’altra su una colonna!”, “Devo mettere il nome sulle fotocopie?”, “La linea per distinguere le sequenze la devo fare a matita o penna?”.
Ma la cosa più pesante è che non riesci a fargli capire, e questo sarà evidentemente un mio limite, come titolare le sequenze in cui un testo è diviso (cosa siano rimane oltretutto abbastanza oscuro) e come si debba poi tirare fuori un riassunto da quello che si è scritto. E soprattutto…che cos’è un riassunto? Noi abbiamo fatto sempre e solo i temi alle medie!
SIGH!

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Pioggiaaaaaaaa!!!!

21151234_1514110928648425_6622051243838384464_nFinalmente pioggia. Salvifica e purificatrice pioggia. Dopo tre mesi di siccità. E io l’ho presa tutta fino a far sbriciolare la busta del Libraccio. A dovermi comprare un ombrello a 2,90 euro nel negozio di un bangladino, Per ringraziarlo dell’accoglienza. A riflettere che gli uomini sono, in queste occasioni, più fortunati delle donne, perché hanno sempre le scarpe chiuse. Ad attraversare quasi a piedi nudi i rigogliosi ruscelli, che si sono subito formati ai lati di Via Nazionale. A ridere di una troupe con macchine fotografiche e videocamere tutta rinserrata sotto le tende di un bar. A pensare di scattare una foto ai migranti, cacciati da Piazza Indipendenza ed ora accampati davanti a S.Maria Maggiore, e per l’ennesima volta rifugiati in un portone per scappare all’acquazzone.
A vedere la Via Appia trasformata in una moderna Villa d’Este, dove i tir della corsia opposta innalzano cascate, che vanno al contrario, ma poi ricadono su di te cancellando il mondo per un attimo

P.S.= Non a caso sulla Colonna Antonina è rappresentato il famoso miracolo della pioggia. 🙂 Me ne sono resa conto solo ora 🙂

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Le divertenti avventure di Cozzaneve e le sette (o forse più) carampane senza famiglia (chiedo perdono a Benni)

biancaneve-sensualeC’era una volta una ragazza bruttarella e ormai attempata, che viveva in una periferia squallida e desolata vicino ad una grande città. Era cresciuta tra palazzoni, abusivismo ed evasione fiscale. Il posto più bello del suo paesello era la Via Centrale, in cui campeggiavano file e file di manifesti elettorali, strappati e poi rincollati da vent’anni a questa parte. Proprio in centro poi c’erano   giardinetti incolti e panchine vandalizzate, cestini pieni, terreno arso e pieno d’erbacce e cacche gigantesche dei cani, luogo chiamato da tutti Parco Comunale. Sulle strade vicino casa sfrecciavano i Tir di Gavino il Sardo e Nello Er Marana con tanto di apparato di lucine colorate e lampeggianti e statue maggiori del vero della Madonna di Częstochowa abbracciata a Padre Pio.

Il look di Cozzaneve era alquanto particolare. Le mèches multicolori gliele faceva il parrucchiere più in voga del suo paesello, Alvaretto-toilette-per-cani, che, in mancanza di animali a quattro zampe (tutti serviti a tavola nei ristoranti del luogo), si dedicava agli esseri pseudofemminili della cittadina con risultati molto apprezzati dagli abitanti del luogo. Uscivano così dal negozio di Alvaretto chiome che variavano dal biondo sorcigno di Madonna-ai-bei-tempi al nero Amelia-la-strega-che-ammalia. Tutte su un’unica testa, dove passavano il tempo a fare a cazzotti tra di loro.

C’è però da dire che spesso l’untuosità della capoccia di Cozzaneve, dovuta a scarsa pulizia, mascherava bene il tutto ed anzi gli dava un tono in più

Il suo incedere era sicuramente femmineo e aggraziato come quello di un corazziere andato in pensione dopo trent’anni in piedi sotto il sole di fronte al Quirinale.

L’abbigliamento raggiungeva stati inverosimili di stile, quando il colore spento della camicia incontrava quello starnazzante del pantalone e, tra loro, facevano una media per non terrorizzare il passante di turno. Oppure quando la canottiera attillata sul pantalone odalisca-che-lavora-al-Luna-Park metteva in risalto il fisico tendente alla floridezza

Ma lo spettacolo vero era sentir parlare e leggere quello che scriveva Cozzaneve. Neanche Demostene e Cicerone sarebbero stati capaci di eguagliare tanta raffinatezza. Il parlato era una serie di borbottii e frasi smozzicate con allusioni e riferimenti velati, inframmezzati da risatine stridule, che nessuno capiva tranne lei stessa. Lo scritto poi un vero miracolo di perfezione! Eserciti di puntini sparsi a caso tra parole sconnesse. Risate ahahahahah, che intervallavano concetti del tutto privi di senso e largo uso di emoticon a cazzo, perché non ne comprendeva il significato fino in fondo

Invece di cercare il Principe Azzurro, consapevole del fatto che ormai nessuno se la sarebbe presa per le soprastanti ragioni, dedicava tutta la sua vita ad accudire un gruppo di sette (talvolta anche di più) carampane evidentemente abbandonate dalle proprie famiglie, perché subito accorrevano ad ogni richiamo di Cozzaneve.

Per intrattenerle ella le conduceva spesso a mangiare la pizza, il gelato, nonostante i valori sempre troppo alti di colesterolo e trigliceridi della comitiva. Talvolta le conduceva anche a teatro a vedere musical tipo Aladino e Pinocchio con vecchie glorie dello spettacolo, che non facevano che ripetere stancamente i loro antiquati repertori tra battutacce trite e doppi sensi volgari, per i quali il gruppetto si lanciava in sgangherate risate rosa-gengiva e ugola-roca e poi tornava soddisfatto e felice alle proprie case desolate.

Era un vero spettacolo vederle tutte insieme! Erano felici come scolarette in gita (senza maschi intorno): attraversavano la strada tenendosi per mano, si abbracciavano in milioni e milioni di fotografie tutte uguali, tutte con la capoccetta appoggiata alla capoccetta dell’altra, e poi mangiavano e mangiavano e mangiavano a dispetto della ciccia (tanto non c’era l’ombra neanche di un solo uomo nei paraggi e allora chissenefrega?) e dei trigliceridi

Non si faceva mai niente di troppo culturale, perché il livello intellettivo medio delle sette (e talvolta oltre) carampane era pari a quello di un criceto, che per dare un senso diverso alla sua vita, va al contrario nella ruota dentro la sua gabbietta

La parte più intrigante della storia, però, è che la stravagante comitiva aveva un unico e fondamentale divertimento e passatempo: le chiacchiere. E di cosa poteva chiacchierare una così bella comitiva? Argomenti così affascinanti che sarebbe più facile resistere alle sirene di Ulisse piuttosto che ad una di quella tavolate. Cure dentarie. Insufficienze renali. Ultima gita a Loreto. E ridevano, ridevano comunque. Con Cozzaneve avevano finalmente trovato la loro felicità dopo una vita di figli lontani, di mariti in pantofole sul divano a grattarsi le palle o di fidanzati e mariti ormai scappati lontano a fare turismo sessuale.

Ma non sapevano che Cozzaneve aveva un piano ben preciso in mente…. (to be continued)

 

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Non fatevi fregare

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Attenzione. Comunicazione fondamentale. Qualora passi vicino alla vostra casa uomo siculo-catanisi, che con altoparlante si spaccia per riparatore di macchine a gas, mai, dico mai, cadere nella trappola di invitarlo a vedere perché uno dei fuochi della vostra cucina non si accende. Egli è un abile prestigiatore, che vi convince che state per saltare in aria, dando fuoco ad ogni parte della macchina del gas manco fossero i fuochi d’artificio per S.Pietro e Paolo ai bei tempi che si facevano a Castel S.Angelo. Poi spedisce vostro marito a puliziare con carta vetrata tutti i fornelli in giardino, voi da un’altra parte a sgrassare le manopole, effettua alcuni misteriosi lavori di pulizia. Quando tornate vi dice che ha cambiato tutto. Vi fa vedere che la macchina non sputa più fuoco e fiamme da tutte le parti, ma accende correttamente tutti i fornelli giusti e, per un totale di venti minuti di lavoro, vi chiede 210 euro per il lavoro, facendo anche la scena tipo “Non me li dia, controlli i costi. Me li dà la prossima settimana, quando ripasso”. Chiaramente ricevuta fiscale scomparsa, anzi mai apparsa. Grande prova da attore e prestidigitatore. Complimenti!

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Uomini e donne

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La differenza che noto sempre tra uomini e donne anziani è la negatività dei primi e l’immarcescibile positività delle seconde. Ciò rende molte donne anziane una vera forza della natura: ottantenni donne che non si fermano un attimo (ricamano, cuciono, fanno quintalate di tortellini, corrono da un figlio all’altro, ridono di se stesse e della vita, accettano tutto con garbo e sorriso). Gli uomini no…mio padre per esempio è capace di inanellare decine di frasi negative: la tazza da colazione è troppo stretta e non ci entra la fetta biscottata, la marmellata è troppo dura, la sedia ha la seduta corta, la pizza (nonostante ci sia pizzaiolo sudato che inforna e sforna in continuazione) è surgelata, il tavolo al ristorante è in mezzo al corridoio, la frittata di patate non gli è mai piaciuta (mai saputo in 57 anni che ci frequentiamo ), le albicocche non sono mature, le vongole della pasta con le vongole sono viscide, la pasta ha un sapore strano, la cena viene servita troppo in fretta, è troppo presto, è troppo tardi, c’e umidità, etc.etc.
Penso “Sarà l’età”, ma poi penso invece che è sempre stato così 😃

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La maturità di (o dei) Caproni

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Tra tutti quelli che hanno fatto battute su Caproni e il ministero e i programmi e la ministra Fedeli, nonostante io sia una che nuota sempre e comunque controcorrente, mi danno fastidio i miei stessi colleghi. Colleghi che dovrebbero sapere che l’analisi del testo, in prosa o in poesia che sia, è un metodo, una tecnica per avvicinarsi ad un testo anche senza conoscerne l’autore. È per questo che la insegniamo. Per scappare dal mero nozionismo del nato a…il…appartenenente al movimento Tale e Talaltro. Per insegnare a capire se un testo è classico o moderno, se usa un lessico popolare o altisonante, se adotta una sintassi complessa o semplice, se ricorre a figure retoriche e così via. Ma soprattutto per insegnare a capirne il senso e i significati più nascosti e reconditi. Può essere Foscolo o Caproni, Montale o Alighieri, ma osservando attentamente la struttura e il linguaggio di una poesia, un alunno dovrebbe esercitare il suo spirito d’osservazione e il suo senso critico per capire non tanto chi è l’autore, ma che scelte ha fatto nella sua creazione. Quindi non importa che programma tu abbia svolto e che autori tu abbia approfondito. Saranno un esemplificazione di un metodo di lavoro, poi applicabile a qualsiasi altro poeta. E se un collega non ha capito ciò, ha proprio sbagliato strada.

 

P.S.= E per citare qualcuno “Quando un alunno mi dice vita e morte di un poeta senza capire il significato di un testo, io mi taglierei la gola”

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Chiedo il permesso di rinascere

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Ora, lasciatemi in pace.
Ora, abituatevi alla mia assenza.
Io chiuderò gli occhi
e dirò solo cinque cose,
cinque radici preferite.

Una è l’amore senza fine.
La seconda è vedere l’autunno.
Non posso vivere senza che le foglie
volino e tornino alla terra.

La terza è il grave inverno,
la pioggia che ho amato, la carezza
del fuoco nel freddo silvestre.

La quarta cosa è l’estate
rotonda come un’anguria.

La quinta sono i tuoi occhi.
Non voglio dormire senza i tuoi occhi,
non voglio esistere senza che tu mi guardi:
io tramuto la primavera
affinché tu continui a guardarmi.

Amici, questo è quanto voglio.
E’ quasi nulla ed è quasi tutto.

Ora se volete andatevene.
Ho vissuto tanto che un giorno
dovrete per forza dimenticarmi,
cancellarmi dalla lavagna:
il mio cuore è stato interminabile.
Ma perché chiedo silenzio
non crediate che io muoia:
mi accade tutto il contrario:
succede che sto per vivere.
Mai sentito così sonoro,
mai avuto tanti baci.
Ora, come sempre, è presto.
La luce vola con le sue api.

Lasciatemi solo con il giorno.
Chiedo il permesso di nascere.

Pablo Neruda

 

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Foto di classe

E poi ora, visto che i giochi sono fatti e visto che i miei lettori dicono che parlo sempre e solo male dei miei alunni, voglio ringraziare la classe con la quale, per due anni ci siamo divertiti un sacco. Voglio ringraziare i due ragazzi “perfetti”, ai quali io ed altri non abbiamo potuto dare che dieci nelle nostre materie, perché il loro interesse, partecipazione, passione, voglia di fare ed educazione non hanno ceduto mai neanche un istante in nessuna situazione. Voglio ringraziare tutti quelli che si sono fatti prendere in giro senza impermalosirsi mai (soprattutto quello a cui ho affibbiato un soprannome il primo giorno, perché mi ricordava Charlie Brown ed ora in tutta la scuola è conosciuto così ). Voglio ringraziare quello che mi ha perseguitato per essere continuamente interrogato in Promessi Sposi e la “pepetta” che gioca a calcio, ma studiare non è fatto per lei e mi ha rimbambito con Mika, Lino Guanciale, Sherlock Holmes e tutti i programmi televisi che io non ho visto. Le ragazze, che mi hanno chiesto, fino all’ultimo giorno di rimanere con loro anche il prossimo anno. La gatta morta (ahahah! Non te la prendere! M’è venuta così proprio oggi), che ha giocato la finale di pallavolo in abito da sera. Quella poi che di mestiere avrà una brillante carriera da suggeritore. E anche tutti gli altri timidoni che non figurano in questo post per troppa riservatezza. Siete stati belli da vedere soprattutto, perché tanto solidali ed uniti tra di voi. Mi scuso per non aver chiesto di rimanere con voi anche al triennio, ma credo davvero non sarebbe un bene né per voi, che avete bisogno di crescere e non sotto l’ala di una mamma di scorta, né per me perché non saprei più valutarvi serenamente. Buona vita, ragazzi! Avete tutte le carte in regola per andare avanti senza di me3 F light

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Le cose che ho imparato…

 

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Le cose che ho imparato a Procida:
Che esistono strade che sembrano larghe e poi finiscono in un imbuto e che, se l’isolano si scorda di dirtelo, rischi di piantare lì l’auto e attendere che qualcuno venga a smontartela pezzo per pezzo per potertene andar via; che gli isolani stessi hanno problemi vista la maggioranza di fiancate rigate (nonché muri rigati) persino delle Seicento; che nessuno ha la benché minima intenzione di rivedere i piani urbanistici, togliendo fettine di pochi centimetri da ogni proprietà o al limite, spostare i pali della luce all’interno delle proprietà stesse (molto meglio andare in giro con gli specchietti retrovisori chiusi); che ti puoi intossicare di traffico anche sulle vie di un’isola così piccola; che c’è un tassinaro simpatico e gentile, che parla come Duffy Duck; che non devi dare retta ad un vigile se ti consiglia un posto per mangiare; che un’isola intera può profumare di zagare e limoni; che ‘sta Graziella amata da Lamartine non la conosce nessuno dei Procidani e sulla pianta ti dicono che la casa è in un posto che non esiste; che la spiaggia e la Locanda del postino ti ricordano sempre, anche tra la massa dei turisti, gli occhi tristi e l’espressione dolorosa di Massimino; che i Procidani la pasta non la lessano, ma, al massimo, la portano vicino alla pentola con l’acqua che bolle e le dicono:”Vedi, lì c’è là che bolle. Ora vieni via che ti porto a tavola!”; che la “lingua di Procida” non è altro che il ciavattone dei Romani; che fanno un casatiello ed una torta rustica con scarola e olive da urlo; che puoi far ammazzare di risate un gruppo di australiane facendogli vedere Benito Urgu che balla “su twist” (scena davvero surreale); che la Tomba di Agrippina non è la tomba di Agrippina; che il nome di Piscina mirabilis gliel’ha dato Petrarca e non poteva essere altrimenti; che gli asini con la frangetta verrebbero volentieri a tavola con tutti (e ci provano più volte) e che, cacciati via, vanno a radere al suolo il vicino orticello; che puoi morire all’improvviso aggredita da un pastore tedesco, mentre torni in camera dopo cena

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